Domani è un altro giorno

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C’era una volta un ragazzino orfano, abbandonato al collegio dei Martinitt di Milano, l’orfanotrofio più noto della città. Crebbe così, senza madre né padre, con l’assistenza dell’istituto ma senza l’affetto di suoi genitori.

 

Nella Milano degli anni trenta l’unico obiettivo era la sopravvivenza, per chi come lui non aveva avuto alcun privilegio dalla vita. Iniziò a lavorare molto presto, adattandosi come ovvio a ogni genere di lavoro.

 

Certo i suoi compagni di sventura badavano più a lavorare che a pensare; lui però cercava di fare entrambe le cose, convinto com’era che il futuro, a dispetto della realtà in cui viveva, gli aveva riservato un altro destino. Pensava già all’ora di crearsi un suo commercio, ma non sapeva bene come.

 

L’attitudine positiva verso le cose lo portava a ignorare naturalmente tutti i disagi che quotidianamente doveva subire: dalla mancanza dell’affetto materno e paterno alle difficoltà materiali.

 

Per lui, in ogni modo, tutto era sempre risolvibile: lo licenziavano dal suo posto perché il datore di lavoro chiudeva bottega? Poco male, ci sarebbe stato qualcun altro da cui poter lavorare. Non c’era mai denaro a sufficienza per iniziare a realizzare il suo sogno di commercio privato? Pazienza, prima o poi sarebbe riuscito lo stesso. Qualche crisi di sconforto nei giorni freddi e bui della Milano invernale? Poco male, domani è un’altro giorno.

 

Con questo atteggiamento il ragazzino cerco di continuare a studiare tutto ciò che poteva, di lavorare il giorno intero, e di prepararsi di notte per il suo debutto. Fino a che arrivò il giorno in cui iniziò a produrre qualche pezzo di occhiale, a cui ne seguiranno altri e poi altri ancora. Problemi senza fine cercavano di rallentare il suo sviluppo, ma il suo ottimismo era senza limiti: qualsiasi barriera si poteva superare, se veramente si aveva voglia di farlo. Venne per esempio il giorno in cui aprì un laboratorio – impresa nel Veneto, dopo anni passati a eseguire piccole commissioni. Il suo primo grande cliente era di Torino, e le sue ridotte dimensioni non gli permettevano certo di assumere un trasportatore. Per cui non fece altro che continuare la produzione di giorno, portando poi i prodotti finiti a Torino, guidando la sera e tornando indietro la notte stessa.

 

A volte la nebbia e il cattivo tempo gli rallentavano talmente l’andatura da fargli impiegare quasi tutta la notte. Allora dormiva in mezzo alla strada, per poi riprendere il cammino diretto verso il suo laboratorio. Dove ricominciava a lavorare alle otto in punto, pronto per un’altra giornata uguale.

 

Ma tanti sforzi e tanta fiducia venivano anche premiati. Al primo cliente se ne aggiunse un altro, poi un altro ancora, e alla fine il piccolo laboratorio divenne un’impresa. Che nel corso degli anni successivi si ampliò sempre di più. Fino a occupare centinaia di persone, e vendere occhiali di tutti i tipi e modelli in ogni parte d’Italia. Poi in ogni parte d’Europa. Infine, in tutto il mondo. Fino a che quel ragazzino orfano non presentò la più alta dichiarazione dei redditi d’Italia, e tutti scoprirono chi era Leonardo Del Vecchio.

 

Per rimanere ancora più stupiti poco tempo dopo, quando Del Vecchio porterà la sua impresa, la Luxottica, a Wall Street, presentandola alla stampa mondiale con dati alla mano: oltre 600 miliardi di fatturato, oltre 60 miliardi di profitti netti. E la leadership mondiale nella distribuzione degli occhiali.

Tratto Tratto da Senza padroni, di Virgilio Degiovanni

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1 commento

  1. Carla

    Chi è determinato ce la fa, guardare sempre avanti con ottimismo è la chiave vincente. Grazie per la bella lezione di vita

    Rispondi

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