Identificazione

È spiacevole e tormentoso quando il corpo vive e si dà importanza per conto suo,
senza alcun legame con lo spirito.

Thomas Mann

Nel vero amore è l’anima che abbraccia il corpo.

Friedrich Nietzsche

Noi siamo anime che scendono nei tre piani del pianeta – fisico, astrale e mentale – e si rivestono di tre corpi – fisico, astrale è mentale – ricavandoli della sostanza stessa dei tre piani di cui il pianeta è costituito. La conseguenza di ciò è che ci identifichiamo completamente con questi tre involucri esterni – il nostro corpo, le nostre emozioni e i nostri pensieri – dimenticando di essere anime appartenenti alla dimensione spirituale. Crediamo di essere animali che lottano per la sopravvivenza, e la cultura cosiddetta “scientifica” non fa altro che avallare questa infantile credenza.

Ci identifichiamo con il corpo, le emozioni, le idee politiche o, che poi è uguale, le idee religiose, le situazioni, il ruolo sociale, la professione, gli oggetti. Crediamo di essere un avvocato piuttosto che un operaio, e siamo così identificati con questi ruoli che pensiamo e ci comportiamo di conseguenza. Crediamo di essere una moglie piuttosto che un figlio. Ad esempio, la moglie quando recita il suo ruolo, può fare certe cose ma non può farne altre, altrimenti esce dal ruolo di moglie e … si disidentifica, il che è pericoloso per la società.

Perché l’identificazione è utile

L’identificazione fino a un certo punto è utile in quanto rappresenta la nostra capacità di riconoscerci “di riflesso” come ego individuali, attraverso l’attaccamento a cose, persone e idee. Ogni volta che ci identifichiamo con le nostre idee, le emozioni e gli oggetti fisici – dall’automobile al partner – stiamo in realtà costruendo un pezzo della nostra identità. Avere il nome, il cognome, il cantante preferito, la squadra di calcio preferita, un titolo di studio, un mestiere … è indispensabile affinché ci costruiamo un abbozzo di identità da poter presentare al mondo che ci circonda: “Io sono questo!”.

Fa parte del normale ciclo evolutivo: in tutta la prima fase – quello della “caduta” nella materia – dobbiamo attaccarci agli aspetti materiali e riconoscerci in essi, cioè identificare noi stessi con i ruoli che dobbiamo ricoprire e con gli oggetti che possediamo. Ci identifichiamo con l’aspetto fisico (sono grasso, sono magro, ho il naso storto, ho le tette piccole…), con le emozioni (questo mi dà fastidio, quello mi fa arrabbiare, quell’altro mi dà piacere …) con i pensieri, con l’automobile, con il partner, con il nome di battesimo, con la professione, con il partito … Tutti questi aspetti entrano a far parte della nostra identità, di ciò che crediamo di essere.

L’identificazione permette all’anima di riconoscersi come individuo attraverso l’attaccamento al mondo esterno, e di stabilire così: “Io sono qualcuno”.
Nell’attaccarci alle nostre idee politiche, all’automobile o al partner prendiamo sempre più coscienza di esistere: “Io sono in quanto penso qualcosa, mi emoziono per qualcosa e possiedo qualcosa”. Nel possedere persone e oggetti e nel soffrire per essi noi ci sentiamo vivi.

Il bambino nel dire: “Questo è il mio orsacchiotto” afferma la sua individualità. L’adolescente nel dire: “Questo è il mio cantante preferito” afferma la sua individualità. L’adulto nel dire: “Questo è il mio lavoro: io sono un avvocato, un ingegnere, un disoccupato …” afferma la sua individualità.

Grazie all’identificazione l’anima si incarna completamente nel corpo. Ogni volta che il bambino percepisce come suo un giocattolo, l’anima viene trascinata un po’ di più nella materia, fino a sentirsi totalmente nient’altro che una “macchina biologica”.

Perché l’identificazione è dannosa

L’evoluzione procede verso l’identificazione con l’anima e con l’Uno – il ritorno alla casa del Padre – quindi le nostre identificazioni con la personalità e con gli oggetti esterni saranno progressivamente spazzate via a causa di un processo evolutivo naturale e inevitabile.
Il problema non è nell’essere identificati, infatti se non lo fossimo non potremmo nemmeno rispondere al nostro nome o riconoscere una casa come nostra. Il problema è la nostra reazione di sofferenza quando l’Esistenza ci costringe a disidentificarci portandoci via la macchina, il partner, il lavoro … e alla fine anche il corpo e la mente.
Tutto ciò che è materiale prima o poi lo perderemo, quindi nella misura in cui ci attacchiamo ad esso, saremo condannati a soffrire.

Se abbiamo un’identificazione l’Esistenza ce la porta via. Se qualcuno ci dice: “Hai un brutto naso!”, “Fai un mestiere umiliante!”, “Hai un brutto carattere!” noi soffriamo, perché non capiamo che l’unica causa della sofferenza è la nostra identificazione con quell’oggetto. Allora dobbiamo vivere sperando che nessuno ci offenda, che nessuno ci rubi niente, che la ditta per cui lavoriamo non ci licenzi, che il partner non ci abbandoni mai.
In questo modo viviamo nella paura e non siamo mai liberi. […]

Afferro un carbone ardente con la mano, mi brucio, soffro, ma se io non collego il mio dolore al fatto che sto tenendo stretto quel carbone, non lo lascio andare e continuo a soffrire. Basterebbe capire che tutte le nostre sofferenze quotidiane sono dovute all’attaccamento a un ruolo, a un’idea, a una persona, a un oggetto … per decidere di aprire la mano, lasciarle andare e smettere di soffrire.

Identificazione e ricordo di sé

Più siamo identificati con quanto stiamo facendo, meno sarà facile che ci ricordiamo di noi stessi. Immaginiamo di doverci ricordare di noi mentre abbiamo un dialogo con un’altra persona. Potremo facilmente notare che più per noi è importante fare bella figura in quell’occasione, maggiore è l’identificazione, e minori sono le possibilità di riuscire a restare presenti. Se stiamo parlando con il nostro direttore aziendale di norma siamo così presi dall’evento che sarà quasi impossibile creare una “testimone”, cioè una parte di noi che resta presente e osserva mentre si svolge il colloquio. Se stiamo discutendo con un bambino piccolo o col nostro cane forse è più probabile che riusciamo nell’impresa di ricordarci di noi, perché abbiamo una maggiore confidenza, non ci chiediamo continuamente “Cosa starà pensando di me?”, non dobbiamo fare per forza una bella impressione, e di conseguenza siamo meno coinvolti.

Tutte le volte che crediamo di stare dicendo, ascoltando o facendo qualcosa di veramente importante per il nostro ego, sarà difficile che riusciamo a mantenere anche una certa presenza. In realtà – e questo lo si può capire solo a uno stadio più avanzato – niente, ma proprio niente è più importante del restare presenti, ma la nostra identificazione con l’ego, e quindi il nostro dare importanza a certe persone e certi eventi per paura che l’immagine del nostro ego venga messa in pericolo, fa sì che in molte occasioni dimentichiamo noi stessi.

D’altra parte, più riusciamo a essere presenti, meno ci dimentichiamo e meno importanza attribuiamo agli atti della nostra vita quotidiana. La presenza, l’osservazione di noi dall’esterno, ci consente di svincolarci dalla tirannia dell’illusione materiale. Se saremo perseveranti nel cercare di ricordarci di noi, a un certo punto ciò che fa la personalità non ci riguarderà più!

Tratto dal libro Risveglio
di Salvatore Brizzi

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